Per staff

Sogno Di Una Grotta Di Fine Estate

 

Pinneggio in superficie, il viso rivolto al gommone, posso ammirare la costa, la sottile lingua di lava che sprofonda dolcemente in mare e lascia una scia nera in superficie, la spina dorsale di un enorme dinosauro marino, ricordo e propaggine di un’isola vulcano. Ci immergiamo nel punto in cui inizia la franata, cominciamo a scendere, la pressione ci risucchia verso il fondo sabbioso. Non prestiamo molta attenzione al blu, alle rocce, alle salpe che pascolano, alle castagnole in ordine sparso, siamo concentrati sull’obiettivo. Il termoclino si fa sentire. Ecco. Un ampio arco, la sabbia finissima, bianca, oloturie giganti adagiate sul fondale. L’apertura della grotta è una mezza sfera scura, si sporge appena oltre la dorsale della franata. Accendiamo le torce e siamo pronti, attenti a non appoggiarci sul fondo. Non ho idea se qualcuno abbia l’abitudine di farlo, di guardarsi indietro prima di entrare, una sbirciatina al mare aperto. Io non lo faccio, sono già concentratissima sulle screziature di spugne adese alla volta dell’entrata. A destra subito un piccolo masso, squadrato; Spugne gialle, arancioni, bianche, Madrepore, Paguri, Cipree, fossili, Nudibranchi e naturalmente Gamberi. Sotto il fascio della torcia i loro occhi sono coppie di lucine rosate; il loro camminare è un lievissimo lambire la roccia. Camminano sott’acqua, a pensarci è sorprendente. Sono come una folla fluida che si disperde all’incombere dell’estraneo visitatore. Sono traslucidi, le uova blu elettrico accolte negli addomi, le antenne ondeggiano. Qualcuno è più curioso ma se ti avvicini guizzano fulminei.

La volta della grotta è stupenda, colorata, difforme, incombente. Potrei passare le ore ad esplorare ogni centimetro quadro di queste pareti. Altri massi più grandi, altri colori, altre frotte di gamberi in corsa. Nelle fenditure si nascondono Aragoste e Magnose, esseri viventi preistorici. Ogni tanto sulla sabbia, nascosto da un lembo di roccia, spunta baldanzoso un Gambero Meccanico, aizzando le chele in segno di protesta. Eleganti Musdee mostrano il bianco ventre alla luce delle torce, i baffi sfiorano la sabbia, si infilano sinuose in luoghi inesplorabili, che per curiosità vorremmo penetrare, appiattendoci fino ad infilarci tra il fondo e la volta bassissima, nel budello della colata lavica. E’ buio, molto. A malapena ci si vede tra di noi, ogni tanto un richiamo luminoso circolare della guida: “Tutto ok?”, “Da Dio, grazie”, roteando più volte la torcia, in estasi. Il fondale inizia a salire e piano piano, uscendo dal gomito oscuro, si intravede un chiarore bluastro; voltando il capo a destra ecco che si apre una breccia di luce, una grande finestra sul mare, il profilo del fondale punteggiato di spirografi, come una collina fiorita. E’ difficile distogliere lo sguardo, ma più oltre, più in profondità, il tunnel si restringe e sulla volta si apre una tasca ripiena di gamberi impazziti, una specie di mensola su cui affacciarsi e osservare questi crostacei operosi. L’ultima occhiata ai gamberi. Si perché ora si aprono dei fori di luce, alcuni gradini di roccia indicano il passaggio, sembra l’entrata di una spelonca accogliente, primitiva. Si esce a destra, espirando e facendosi cilindrici, attraverso un passaggio che conduce ad un atrio di rocce rosa, viola, gialle, arancioni, bianche. Un altro passaggio, altre meraviglie, poi di nuovo il blu e la franata e spirali di Boghe e Sauri e banchi passeggeri di Saraghi fasciati, qualche grossa Cernia appollaiata sui massi. Smaltiamo la deco costeggiando pigramente la parete di Punta Galera, abbacinati dalla luce, dai riflessi argentei di molti pesci. Ma quanto saremo stati lì dentro, nel ventre oscuro e freddo della terra? Pinneggiamo appesantiti dall’azoto e reduci del sogno.

Sara De Pieri